Le conseguenze difficilmente prevedibili della crisi dei Rohingya a livello regionale e mondiale fra monsone imminente e distruzione ambientale

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Le conseguenze  di nove mesi di crisi umanitaria per i Rohingya in fuga dalle persecuzioni  sono difficili da prevedere interamente, soprattutto perché l’attuale approccio emergenziale impedisce una pianificazione a lungo termine che aiuterebbe ad affrontare in modo più coerente la situazione. Si calcola che dallo scorso 25 agosto -data di inizio dell’escalation di violenze- il 90% dei Rohingya insediati nel Rakhine abbia lasciato il paese in cerca di protezione e che la pulizia etnica ai danni dei Rohingya possa essere solo la prima di successive violenze nei confronti di altre minoranze in Myanmar.

La situazione in entrambi i paesi è veramente drammatica e prevederne l’impatto a lungo termine è veramente difficile. L’arrivo in massa di un ininterrotto flusso di disperati ha messo a dura prova le risorse e la capacità di accoglienza di un paese che al suo interno ospitava già oltre 307 mila Rohingya insediatisi negli anni precedenti. A seguito del recente esodo, si calcola che circa 1.3 milioni di persone siano in estremo bisogno di assistenza nel paese e che attualmente le persone in pericolo per via delle imminenti piogge monsoniche siano fino a 200 mila. Questa cifra include almeno 55 mila bambini e circa 25 mila persone in serio pericolo in quanto si trovano in aree estremamente esposte a smottamenti e allagamenti.

Con MOAS abbiamo constatato giornalmente dal nostro arrivo sul campo il significato di questo esodo: bambini, donne e uomini stremati da anni di privazioni in Myanmar e sopravvissuti a violenze paragonate a una vera pulizia etnica giungono in Bangladesh dopo viaggi disumani. La tragedia dei Rohingya mette in evidenza l’incapacità della comunità internazionale ad assolvere agli obblighi derivanti dal Diritto Internazionale e rivela egoismi nazionali, regionali e internazionali.

Tuttavia, al di là delle differenze geografiche e dei dettagli legati allo specifico contesto operativo, sono molti gli elementi che mi fanno tornare in mente la crisi che sta vivendo l’Europa. Nonostante di fatto sia il Bangladesh ad accogliere la maggior parte delle persone in fuga dal Myanmar, tutta la regione del sud-est asiatico è chiamata in causa per affrontare la questione Rohingya. Allo stesso modo, l’Europa dei 28 Stati Membri si è di fatto arenata nell’incapacità di dimostrare quella solidarietà che viene indicata fra i suoi principi fondanti. Così, la questione ineludibile dei flussi migratori non è più vista in un’ottica di collaborazione e col fine ultimo di tutelare i diritti umani, bensì come un problema degli stati -Italia e Grecia in testa- che per motivi geografici sono in prima linea per numero di arrivi.

Situazione nel campo di Shamlapur dove MOAS ha aperto la prima Aid Station

In un simile contesto il rischio principale è che permanga un approccio emergenziale di lungo termine che impedisca di trovare soluzioni concrete sia alle cause stesse dell’esodo, che alle disumane condizioni di vita nei campi profughi dove l’ondata di arrivi ha messo in ginocchio le poche strutture e il precario equilibrio raggiunto.

In Bangladesh i primi danni sono già emersi e riguardano la progressiva distruzione dell’ambiente: l’equivalente di tre o cinque campi da football viene quotidianamente perso per ricavare nuovi rifugi; a causa dell’abbattimento di alberi nella foresta il suolo è sempre più friabile e gli animali selvatici disorientati costituiscono una minaccia per gli abitanti dei campi stessi; il terreno e le fonti d’acqua risultano sempre più contaminati da materia fecale in assenza di un adeguato sistema di latrine che verosimilmente faciliterà il propagarsi di malattie a vettore idrico; l’eccessivo sfruttamento dei terreni e delle risorse marine unite all’assenza di buone pratiche di salvaguardia ambientale stanno seriamente alterando gli habitat. Occorre ricordare che la stagione monsonica deve ancora manifestarsi in tutta la sua potenza con un impatto che potrebbe veramente esser catastrofico.

Come abbiamo visto in Europa su scala ridotta, la mancanza di azioni a lungo termine e programmi strutturali per affrontare i flussi migratori ha effetti devastanti non solo sulle comunità in fuga, ma anche su quelle locali che le ospitano e che si trovano a condividere risorse limitate coi nuovi arrivati senza un adeguato percorso di sviluppo. L’indifferenza della comunità internazionale di fronte ai flussi migratori aggraverà le condizioni già disperate di chi fugge con conseguenze difficili da prevedere interamente sulle comunità locali. Come abbiamo constatato coi nostri stessi occhi, la solidarietà cederà il passo all’ostilità e le vittime di guerre e persecuzioni -invece di essere tutelate- verranno ulteriormente colpevolizzate  e marginalizzate, senza contare che proprio la loro disperazione costituirà il terreno fertile per i gruppi terroristici.

Adesso più che mai il tempo si sta trasformando in una condanna che colpirà allo stesso modo i Rohingya accampati in aree a rischio e le comunità bengalesi. Tuttavia, qualunque sia l’esito della crisi e della stagione monsonica, non possiamo illuderci che le conseguenze rimangano circoscritte al paese o all’area geografica in questione: in un mondo globale anche la sofferenza degli esseri umani non ha frontiere e nessun muro o filo spinato impedirà a chi è in pericolo di cercare pace e sicurezza.

Veduta del campo di Shamlapur