La fantasia dei bambini come antidoto alla brutalità della guerra

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Il 15 febbraio 2018 l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha rilasciato un comunicato stampa in cui, insieme a UNICEF, UNHCR, Eurostat e OECD, viene annunciata la pubblicazione di un documento che riflette sulla necessità di migliorare il sistema di raccolta dei dati che riguardano bambini rifugiati, migranti e sfollati come parte integrante di un impegno più ampio a salvaguardarne i diritti.

Il documento –A call to action: Protecting children on the move starts with better data’– spiega come nel 2016 i bambini costituissero circa la metà dei rifugiati e dei richiedenti asilo, mentre 23milioni erano sfollati interni[1]. L’enorme percentuale di bambini coinvolti in fenomeni quali sfollamento e migrazione è stata messa in rilievo anche dall’Unione Europea che, in una comunicazione da parte della Commissione al Parlamento e al Consiglio Europei, ha spiegato che “negli ultimi sei anni il numero complessivo di bambini che hanno presentato richiesta di asilo è aumentato di ben sei volte”. Questa stessa comunicazione scrive a chiare lettere che sono proprio i bambini e gli adolescenti le principali vittime della migrazione che, attualmente, li espone in modo particolare a violenze, sfruttamento, tratta di esseri umani, abusi fisici o psicologici che non terminano col loro arrivo sul suolo europeo.

Nell’International Migration Report 2017, di cui avevo precedentemente parlato qui, nella sezione sulla demografia viene ulteriormente ribadito che “le persone con meno di 20 anni tendono ad essere poco rappresentate fra i migranti internazionali”. Ciò conferma dunque delle lacune gravi rispetto ai dati sulla migrazione e le persone in essa coinvolte che si traducono in violazioni dei diritti.

Se un bambino non viene registrato, se un minore non viene identificato, come possiamo pensare di proteggerne i diritti?

Nei tre anni e mezzo di missioni MOAS sono stati migliaia i bambini che ho incontrato e grazie a loro è cresciuto il nostro impegno per restituire loro l’infanzia rubata, rendendo omaggio al coraggio, salvandoli in mare o garantendo cure mediche ed assistenza sanitaria come stiamo facendo adesso in Bangladesh per la comunità di rifugiati Rohingya.

Tuttavia, quello che mi ha sempre affascinata e commossa è la loro resilienza. Come le donne, anche i bambini hanno un dono meraviglioso: la resilienza. Con la loro fantasia riescono a coltivare un’allegria ingenua e spontanea che li salva dalla miseria in cui troppo spesso sono costretti a vivere. Durante l’ultima permanenza in Bangladesh in uno dei sopralluoghi nei campi Rohingya, a Shamlapur -a pochi passi dalla nostra Aid Station- ho incontrato un gruppo di bambini che giocavano con giocattoli realizzati con materiali improvvisati. Mentre camminavo in una zona che rischia di essere sommersa dall’imminente monsone/ciclone, sulla destra si estendeva il campo e sulla sinistra c’erano dei bambini che giocavano spensierati accanto alla carcassa di un cane. Nonostante il degrado di un simile contesto, erano felici e si mettevano in posa per farsi fotografare coi loro giocattoli di fortuna, si sono avvicinati a me per mostrarmi le barche che avevano creato con della plastica annerita e vecchie infradito cucite ai bordi. Avevano pensato anche all’àncora fatta con dei piombini per la pesca e alcuni pezzi di alberi e a completare il tutto con una bandiera del Bangladesh. Le loro barche riproducevano quelle con cui si erano messi in salvo per miracolo e la bandiera bengalese serviva a rendere omaggio al paese che li ha accolti.

Il gruppo di bambini che hanno ispirato questo racconto

Mi raccontano il loro viaggio, oltre la paura percepisco la felicità per il fatto di essere vivi e l’impazienza di vivere la loro vita senza guerre, discriminazioni e violenze. Nei loro racconti batte fortissima la speranza di un futuro “normale”, di un mondo in cui poter crescere serenamente nonostante tutto e mi spiazzano la loro fantasia e forza interiore. Uno di loro mi dice “Da grande voglio fare il pescatore, ma non so nuotare. Nessuno lo sa fare”. Imparerai, gli rispondo, e con un po’ di fortuna realizzerai molti altri sogni.

Li saluto prima di andar via con la consapevolezza che, rinunciando a tutelare adeguatamente i diritti dei bambini, rinunciamo al nostro stesso presente e neghiamo un futuro degno all’umanità intera. L’ultima scena che vedo è un bambino che salta dentro una casella del gioco della campana: quel salto sul numero 10 decreta la vittoria e lo vedo come un buon auspicio affinché, oltre al gioco, quel bambino possa vincere nella vita. Senza contare che assistere a quello stesso gioco che facevo io da bambina in un luogo lontano dal Bangladesh mi convince ancora una volta che siamo davvero tutti uguali attraverso i giochi spensierati dei bambini.

 

[1] Come i rifugiati, anche gli sfollati interni (in inglese, Internally Displaced Persons, o IDPs) sono civili costretti a fuggire da guerre o persecuzioni. Tuttavia, a differenza dei rifugiati, essi non hanno attraversato un confine internazionale riconosciuto.

A causa dell’assenza di un mandato generale finalizzato alla loro assistenza, la maggior parte degli sfollati non riceve protezione o assistenza internazionale. Gli sfollati interni hanno abbandonato la propria casa per ragioni simili a quelle dei rifugiati, ma rimangono sotto la protezione del loro governo, anche quando quel governo costituisce la causa stessa del loro sfollamento. Per questo, gli sfollati interni sono tra le persone più vulnerabili al mondo.

(FONTE: https://www.unhcr.it/chi-aiutiamo/sfollati)

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