La comunità Rohingya in cerca di pace e la controversa questione dei rimpatri in Myanmar

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Il 15 novembre era stata segnata come la data incui 2200 Rohingya, attualmente residenti in campi e insediamenti bengalesi, sarebbero stati trasferiti in Myanmar sotto  richiesta volontaria, in ottemperanza a un accordo siglato fra i due paesi. A causa delle forti proteste da parte della comunità Rohingya che ha chiaramente espresso la volontà di un eventuale ritorno solamente con la presenza in Myanmar delle organizzazioni internazionali, il piano è stato sospeso quindi  non ci saranno rimpatri o ricollocamenti prima del nuovo anno. A fine dicembre in Bangladesh ci saranno le elezioni e, come spesso accade, si pone l’attenzione su questioni legate alla sicurezza e gli “stranieri” assumono i contorni del nemico.

I Rohingya sono una minoranza apolide musulmana e storicamente perseguitata in Myanmar, Paese a maggioranza buddista che li considera “Bengali” sostenendo che siano originari del Bangladesh. Per questo, viene loro negata la cittadinanza e la loro esclusione dai gruppi etnici riconosciuti nel 1982 li ha resi invisibili target di violenze. La negazione della cittadinanza, infatti, ha ripercussioni concrete sulla qualità della loro vita. Le continue limitazioni della libertà di movimento unite all’impossibilità di accedere al sistema sanitario e scolastico hanno generato una tale marginalizzazione da costringere i Rohingya ad accontentarsi della mera sussistenza. Oltre all’impossibilità di vivere una vita dignitosa, occorre ricordare le continue violenze ai loro danni che di tanto in tanto si acuivano, trasformandosi in repressioni che scatenavano esodi verso i paesi confinanti, in particolare in Bangladesh. Quello del 2017 è stato probabilmente il più grande della storia recente e ha visto almeno 750.000 persone oltrepassare il confine fra Myanmar e Bangladesh per trovare rifugio in campi e insediamenti sovraffollati.

Si stima che solo fra agosto e settembre 2017, siano state uccise almeno 9000 persone, di cui quasi 7000 avrebbero perso la vita a causa delle violenze. Già a novembre 2017 si iniziò a parlare di piano per il rimpatrio dei profughi Rohingya che, per inciso, non si vedono riconoscere questo status e la conseguente protezione dal momento che il Bangladesh non è firmatario della Convenzione sullo Statuto dei Rifugiati del 1951. Tuttavia, il Bangladesh ha l’obbligo sancito dal diritto consuetudinario di rispettare la volontà dei Rohingya e non procedere a rimpatri forzati, facendo sì che chi deciderà di rientrare lo faccia in condizioni di volontarietà e sicurezza. Anche il piano di trasferire i profughi Rohingya sull’isola di Bhasan Char è stata momentaneamente sospesa, con grande sollievo delle organizzazioni umanitarie che avevano espresso forti remore vista la sua pericolosa esposizione agli allagamenti.

Lo scorso ottobre, l’India ha consegnato alle autorità birmane sette Rohingya nel quadro di un piano di rimpatri ben più ampio che avrebbe coinvolto circa 40.000 persone. L’episodio ha sollevato accese proteste perché “i rimpatri forzati mettono a rischio la vita e la libertà oltre a violare il Diritto Internazionale” anche qualora le persone diano il proprio consenso, dal momento che le violenze del 2017, secondo una commissione indipendente delle Nazioni Unite, possono considerate come “genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità”.  Pertanto, mancando le condizioni minime di sicurezza in Myanmar e visto che nel 2018 le fughe dal Myanmar sono continuate, non è possibile trasferire persone vulnerabili che vanno protette.

Lo scorso maggio, l’organizzazione sorella di MOAS -Xchange- ha pubblicato una “Repatriation Survey” basata sulle interviste condotte nei campi bengalesi ed è emerso che “il 78% degli intervistati tornerebbe in Myanmar a condizione che venga garantita la loro sicurezza e migliori la situazione politica, il 16% non ritornerebbe a nessuna condizione e il 6% rientrerebbe senza porre condizioni”. Nella Snapshot Survey di febbraio 2018, invece, un numero limitato di intervistati ha ribadito che non ritornerebbe affatto a causa dei gravissimi traumi subiti. Durante le mie permanenze sul campo, ho ascoltato le testimonianze di varie persone e ricordo soprattutto Jhuma che dopo aver visto massacrato il marito davanti agli occhi insieme adaltri membri della famiglia ha paura a rientrare in Myanmar. Rimasta vedova, deve prendersi cura dei suoi sette figli da sola in un campo profughi sovraffollato dove si sente comunque più al sicuro che nel Paese da cui è fuggita e dove rientrerebbe solo qualora ci fossero enti internazionali accreditati per monitorare il rispetto dei diritti umani. Mi unisco quindi all’auspicio formulato già lo scorso aprile nel MOU fra UNHCR e Bangladesh affinché si garantisca un “rientro sicuro, volontario e rispettoso della dignità dei rifugiati secondo gli standard internazionali” e spero che si raggiunga al più presto un accordo che includa anche il Myanmar con l’impegno ad ascoltare per una volta le istanze dei Rohingya ed evitare che si ritrovino a subire passivamente decisioni ingiuste.