Corridoi umanitari: una scelta di umanità

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Il 30 Agosto 2014, nel secondo anniversario di MOAS, abbiamo lanciato un appello per la creazione di vie legali e sicure alla luce degli orrori che vengono raccontati al nostro equipaggio attivo nel Mediterraneo. Da allora è cresciuta la necessità di creare alternative stabili e sicure alla traversata in mare. Di seguito, riportiamo le riflessioni della nostra Direttrice e Co-fondatrice Regina Catrambone sulla sua esperienza a bordo delle navi MOAS di ricerca e soccorso e su come questa esperienza abbia rafforzato la sua convinzione e quella di MOAS in merito alla necessità dei corridoi umanitari per evitare ulteriori sofferenze.

Morire in mare nel 2017 è ancora una terribile realtà che dimostra come la nostra capacità di godere dei diritti umani dipenda in gran parte dall’essere nati nella parte giusta del mondo. La vita non è uguale per tutti se si nasce nel posto sbagliato.

I dati raccolti da MOAS evidenziano che le persone salvate provengono principalmente da paesi dell’Africa subsahariana o dell’Africa occidentale e orientale, in particolare Nigeria, Eritrea e Gambia. Molti migranti provengono inoltre dall’Iraq, dalla Siria e dall’Afghanistan. Si tratta dunque di paesi da cui si scappa per motivi legati a guerre, terrorismo, povertà, repressioni e violenze.

Voi cosa fareste in una situazione così disperata? Voi cosa fareste se non ci fosse nessuna speranza per il futuro dei vostri figli? Non fareste tutto il possibile per metterli al sicuro?

La mia esperienza ha dimostrato che tentare di impedire a delle persone disperate di raggiungere l’Europa ha la sola conseguenza di aumentare i rischi legati al loro viaggio, costringendole a trovare vie sempre più pericolose. Una madre in cerca di un futuro migliore per i propri figli, un padre in cerca di sicurezza economica per la propria famiglia, ragazze e ragazzi provati dalla violenza e dagli stenti continueranno a tentare di arrivare in Europa. Muri e recinzioni non scoraggeranno chi fugge da un paese devastato dalla guerra o una famiglia in cerca di cose basilari quali cibo, assistenza medica e istruzione per i propri figli.

Partecipare come membro dell’equipaggio alle operazioni di salvataggio mi ha aperto gli occhi su una realtà universale di umanità condivisa e ha abbattuto ogni barriera fra me e le persone che salviamo. Quando osservo una madre appena tratta in salvo con il proprio bambino, rivedo me stessa mentre stringo fra le braccia mia figlia. Quando mi prendo cura dei bambini, quando do loro da mangiare o giochiamo insieme, mi rendo conto che il loro sorriso è lo stesso sorriso di mia figlia. Siamo tutti umani e in quanto esseri umani abbiamo diritto a vivere al sicuro senza rischiare torture, violenze e bombardamenti.

Secondo un documento del Parlamento Europeo “si stima che circa il 90% dei rifugiati entri in Europa illegalmente” con tutte le terribili conseguenze che ciò comporta. Chi è vittima di guerra, violenza e persecuzioni è costretto a pagare i trafficanti e rischiare la vita su imbarcazioni e gommoni di fortuna per poter raggiungere la tanto agognata sicurezza. I trafficanti non hanno alcun rispetto per i diritti umani e la dignità delle persone nel gestire i loro traffici. L’Ambasciatore tedesco in Niger recentemente ha parlato di “condizioni simili ai campi di concentramento” in riferimento alla Libia dove i trafficanti compiono abusi ed estorsioni ai danni dei migranti col solo scopo di aumentare i propri guadagni. Così i migranti non sono soltanto vittime di guerre e persecuzioni, ma anche di tratta e trattamenti disumani. I migranti non sono più esseri umani, bensì una fonte di guadagno per le reti criminali.

A fronte di uno scenario così nefasto, dobbiamo chiederci come armonizzare il bisogno di sicurezza spesso manifestato dai paesi europei con l’elevato numero di persone che vogliono arrivare in Europa. Io e MOAS siamo convinti che la risposta risieda nel diritto internazionale che di fatto offre vie sicure e legali per chi fugge da zone di conflitto. I corridoi e i visti umanitari rappresentano potenziali strumenti per una gestione più razionale, efficiente ed umana dei flussi migratori.

La questione della sicurezza ha due dimensioni: non riguarda solo noi Europei esposti alle conseguenze di vaste ondate migratorie, ma anche i migranti in prima persona. E’ arrivato il momento di allargare i nostri orizzonti e aprirci a una concezione universale di sicurezza. L’attuazione di un sistema legale di visti e corridoi umanitari migliorerà certamente la situazione attuale sia per gli stati che accolgono i migranti che per i migranti stessi esposti a pericoli e incertezze.

Secondo dati ufficiali dell’UNHCR, il 2016 è stato l’anno col più alto numero di morti in mare nel Mediterraneo. Almeno 5.083 migranti sono morti o risultano dispersi. Dati e statistiche comunque non includono chi muore senza lasciare traccia nel deserto o resta bloccato nei campi di detenzione in Libia. Non includono nemmeno gommoni e imbarcazioni che colano a picco senza  essere avvistati dalle autorità ufficiali.

In Siria la guerra continua e le persone vengono uccise o lasciate morire di fame sotto gli occhi della comunità internazionale che spesso rimane in silenzio. Il diritto internazionale e quanto da esso previsto per tutelare chi fugge da guerre e persecuzioni non hanno alcun senso se ci limitiamo a osservare l’attuale tragedia umanitaria.

E’ tempo di combattere l’indifferenza e attuare soluzioni coraggiose tramite l’apertura dei corridoi umanitari e di vie legali e sicure che garantirebbero sicurezza su entrambi i fronti. I corridoi umanitari mirano a proteggere i gruppi di persone più vulnerabili e consentono ai paesi che accolgono i migranti di definire i criteri di ammissione. In questo modo i programmi di integrazione possono essere calibrati in base alle esigenze di chi arriva al fine di creare le condizioni migliori per valorizzarne talenti e capacità. Inoltre, nessuno sarà costretto ad affidare la propria vita ai trafficanti, ma potrà usare un canale sicuro e legale per costruirsi una vita migliore in Europa. Nessuno dovrà rischiare di morire in mare mentre cerca di garantire un futuro sicuro a se stesso e ai propri figli.

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