Appello all’umanità

Dallo scorso 25 agosto quasi 700mila Rohingya sono fuggiti dal Myamanr, cercando riparo in Bangladesh, dove si erano insediati durante precedenti ondate migratorie tanto che la comunità conta attualmente oltre 1 milione di persone. La minoranza apolide e musulmana dei Rohingya è stata spesso descritta come una delle “minoranze più perseguitate” al mondo ed è stata vittima di persecuzioni a causa del proprio credo religioso. I Rohingya sono, infatti, musulmani in un paese, il Myanmar, in cui la maggior parte degli abitanti è buddista. Inoltre, la discriminazione nei loro confronti è storicamente radicata e motivata da un cambiamento nelle frontiere dell’ex impero britannico, quando quest’area veniva amministrata come una provincia indiana. Quando la Birmania ha dichiarato l’indipendenza, mettendo fine alla dominazione inglese, sono aumentati gli scontri fra gli abitanti di questa regione e i Rohingya, mentre negli anni 70 si è verificata la prima crisi umanitaria in Bangladesh in seguito all’arrivo di circa 200mila persone.

Negli anni 90 un’altra ondata migratoria ha costretto centinaia di migliaia di disperati a oltrepassare il confine fra Myanmar e Bangladesh per raggiungere la salvezza. I nuovi arrivati si sono aggiunti ai vecchi Rohingya insediatisi in varie aree. All’epoca vennero costruiti i campi di Kutupalong e Nayapara per ospitare l’ondata di arrivi senza precedenti, ma caos e sovraffollamento non sono stati di aiuto nella gestione degli stessi. Nel 2014, l’UNHCR, dopo i numerosi attraversamenti via mare e la nuova escalation di violenze, ha dichiarato che all’interno dei campi sotto il suo mandato vivevano circa 33mila persone, mentre fra 200 e 500mila persone non erano mai state registrate dalle autorità bengalesi.

Una simile discrepanza nei dati delle persone registrate non è rilevante solo a fini statistici, ma trasforma le persone in fantasmi i cui diritti possono difficilmente essere protetti. Se le autorità non sanno nemmeno che esistono, come possono provvedere al loro sviluppo personale o attuare delle strategie di supporto? Come documentato di recente, le nascite non registrate possono ulteriormente aggravare la tratta di esseri umani e “i rifugiati non registrati non possono a loro volta registrare i propri figli” che dunque diventano irrintracciabili.

Tuttavia, le disposizioni legali e lo status giuridico non sono l’unica minaccia ai Rohingya.

L’ultima ondata di Rohingya è stata la più ingente fino ad oggi e pone enormi sfide in un paese a reddito medio-basso con risorse limitate, senza contare che i nuovi arrivati hanno tagliato alberi e costruito ripari ovunque trovassero spazio, facendo poca attenzione affinché ciò avvenisse in modo sostenibile. Il risultato è che gli animali selvatici, in particolare gli elefanti, hanno ucciso persone innocenti che credevano di essere al sicuro.

Deforestazione, degrado del suolo, sovraffollamento, mancanza di adeguate strutture idriche e servizi sanitari, oltre a sistemi di drenaggi precari, peggioreranno l’impatto catastrofico dell’imminente stagione ciclonica e monsonica e tutte le realtà presenti sul campo stanno lavorando duramente per minimizzarlo.

MOAS sta formando il proprio team sul campo per reagire prontamente nel modo più efficiente ed efficace, mentre si lavora quotidianamente per rafforzare il sistema di comunicazione e le strutture che forniscono energia elettrica per evitare interruzioni che lascerebbero intere comunità isolate.

Tuttavia, la comunità internazionale non sta facendo abbastanza per prevenire danni e vittime. Ogni vita persa durante la stagione monsonica sarà una morte provocata dall’indifferenza e dalla mancanza di fondi. Come dimostrato sia da otto anni di guerra in Siria, in cui la popolazione sta letteralmente morendo di fame e non ha alcuna assistenza medica, che dal cimitero lungo la rotta del Mediterraneo Centrale, il mondo è cieco e sordo di fronte alla sofferenza di persone innocenti i cui diritti andrebbero salvaguardati.

Cosa stiamo aspettando? Come possiamo accettare in silenzio che bambini, donne e uomini vengano uccisi ogni giorno o soffrano a causa di malattie facilmente curabili solo perché non hanno accesso a un sistema sanitario decente? Come possiamo tollerare che delle persone perdano la vita su imbarcazioni insicure in fuga da paesi in guerra o da persecuzioni senza nemmeno essere avvistate o avere la possibilità di chiedere aiuto?

Nel 2015 la crisi del Mare delle Andamane è stata caratterizzata dalle cosiddette “imbarcazioni fantasma” in partenza dal Myanmar e abbandonate dai trafficanti senza alcun riguardo per il loro “carico umano” a causa delle restrizioni relative agli sbarchi in Tailandia e Malesia. Quelle imbarcazioni sono state una prova concreta di egoismo da parte dei singoli stati e le partenze infine sono diminuite sia perché è diventato chiaro che la rotta via mare non avrebbe garantito sicurezza, sia a causa delle fosse comuni scoperte alle frontiere fra Tailandia e Malesia. Tutto ciò testimonia che, se a chi è disperato non vengono garantite vie legali per mettersi al sicuro, le persone diventeranno facili prede per le reti criminali.

Raccogliere dati e informazioni sulla situazione nell’area è fondamentale per reagire alle emergenze e per questo MOAS ha deciso di intraprendere una missione di osservazione nel mare delle Andamane con a bordo un team di professionisti pronti a condurre operazioni SAR, qualora necessario. Tuttavia, non si potrà raggiungere nessun risultato di lungo termine senza una effettiva volontà di rinnovare la nostra umanità perduta e dimenticata. Se non siamo in grado di sentire nel profondo la sofferenza delle vittime innocenti in tutto il mondo, abbiamo poche possibilità di sopravvivere all’egoismo, alla brutalità, alla violenza e il numero di persone che perderanno la vita a causa dell’indifferenza aumenterà drammaticamente.

Queste imbarcazioni sono un segnale di allarme. Le condizioni dei Rohingya in Myanmar continuano ad essere terribili (…) Per evitare ulteriori morti non necessarie, i governi di quest’area devono impegnarsi maggiormente in operazioni di ricerca e soccorso come misura d’emergenza per rispondere ai Rohingya in pericolo in mare”, ha detto Charles Santiago, APHR (Asean Parlamentarian for Human Rights)