Aggiornamento dai campi profughi Rohingya in Bangladesh: la continua lotta contro il tempo di chi salva vite umane

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Reya ha 18 anni, fa parte della comunità locale e si è recata alla Aid Station di Shamlapur per un forte mal di gola. Lì, il team medico MOAS le ha diagnosticato una tonsillite acuta e le ha prescritto dei medicinali che ha potuto ricevere gratuitamente nell’area adibita alla farmacia. Fra i pazienti che quotidianamente vengono ricevuti dai nostri dottori, il 41% è costituito da donne adulte, mentre ben 43% sono bambini anche in tenerissima età. Molte delle patologie riscontrate sono dovute alle terribili condizioni igieniche dei campi in cui vivono, ora ulteriormente aggravate dalla stagione monsonica che con le sue ininterrotte piogge torrenziali distrugge la maggior parte di ciò che era stato creato per contenere l’esodo di massa dei Rohingya in fuga alle violenze in Myanmar.

Fra il 5 e il 10 luglio, in Bangladesh sono caduti 222mm di pioggia che in alcuni giorni si è abbattuta ininterrottamente causando enormi disagi, oltre a danni a cose e persone. L’ultimo bollettino settimanale dell’OCHA sottolinea come il 25 luglio si siano registrati ben 463mm di pioggia, toccando un record giornaliero assoluto, il cui impatto è stato devastante. Oltre  4.400 rifugiati nell’area di Cox’s Bazar sono stati colpiti dalle piogge torrenziali quel giorno, fra loro almeno 3000 sono stati interessati da frane, 700 da inondazioni e 510 da allagamenti. In totale da maggio, oltre 49.000 persone sono state colpite e circa 6000 sono diventate sfollate.

Veduta di campo profughi Rohingya nell’area di Cox’s Bazar in Bangladesh

In questo contesto, il team MOAS sul campo sta affrontando enormi sfide giornaliere e operano in un contesto fortemente dinamico ed in continuo cambiamento. Nei giorni scorsi, proprio a causa delle precipitazioni torrenziali e continue, quattro membri del team hanno creato un punto di primissimo soccorso in prossimità di un ponte vicinissimo al campo profughi. In questo modo, sono riusciti a curare 90 pazienti, di cui 10 andavano operati e 10 trasferiti presso la Aid Station per essere sottoposti ad accertamenti e cure più approfondite. In un contesto altamente precario ed instabile come quello degli insediamenti e dei campi Rohingya, il fattore climatico rappresenta una minaccia reale e devastante e farne le spese sono sempre i più vulnerabili. Proprio il 25 luglio, rispettivamente a Shamlapur e Unchiprang, 24 e 19 famiglie sono rimaste sfollate e molti spazi comuni sono stati adibiti a ricoveri temporanei, mentre nella città di Cox’s Bazar ci sono state 5 vittime di cui 4 bambini. Sono state sospese tutte le attività scolastiche per due giorni e le nostre Aid Station non hanno mai chiuso. Il giorno seguente a Unchiprang un bambino di 18 mesi è stato trovato privo di vita nel campo.

I bambini, ad esempio, sono particolarmente esposti al pericolo di contrarre infezioni cutanee, diarrea e raffreddori. Ma frequenti sono anche gli ascessi che necessitano una incisione, come nel caso della piccola Asyia di 3 anni che è venuta insieme alla madre venticinquenne alla Aid Station di Shamlapur per essere operata e medicata. Runa, invece, a soli 18 mesi ha contratto una infezione fungina e la madre Jainob ha ricevuto istruzioni e medicine gratuite per curarla al meglio. Stessa diagnosi è toccata anche a Atika, 9 mesi. Ismot ha 7 anni, è arrivato insieme alla madre e subito gli sono stati diagnosticati gli orecchioni, mentre Rafi di appena un anno ha riportato un’infezione per cui ha ricevuto la corretta terapia. Questi sono solo alcuni esempi del lavoro quotidiano svolto dai nostri team medici che si prendono cura di persone vulnerabili che spesso non hanno mai ricevuto assistenza medica. In alcuni casi, c’è in ballo la vita stessa delle persone ed essere presenti in contesti così rischiosi e precari è anche un gesto di umanità.

A settembre la missione MOAS in sud-est asiatico concluderà il suo primo anno e il mese successivo festeggeremo l’inaugurazione della prima Aid Station. In quell’occasione tireremo le somme di un anno difficile, ma fondamentale per la nostra organizzazione impegnata alleviare la sofferenza delle comunità di migranti e rifugiati più vulnerabili al mondo. Attualmente circa 1.3 milioni di persone hanno estremo bisogno di aiuto, quasi 920.000 Rohingya vivono nell’area di Cox’s Bazar e, fra questi, oltre 600.000 sono ammassati nell’area di estensione del campo di Kutupalong/Balukhali. A fronte di questi dati, è facile comprendere il ruolo cruciale svolto dai soli 33 centri medici presenti, fra cui le nostre due Aid Station che sono servite anche da centri per la somministrazione dei vaccini sotto la guida di OMS e governo bengalese.

Purtroppo, di fronte a questa drammatica crisi umanitaria, la comunità internazionale volge lo sguardo altrove e dimostra una grave cecità nel continuare a ignorare i ripetuti appelli all’azione e alla raccolta fondi di chi opera sul campo. Basti pensare che il Join Response Plan 2018 stimava che fossero necessari quasi 951 milioni di dollari per coprire i vari settori e le attività ad essi connessi, mentre ad oggi sono pervenuti solo il 27% dei fondi  totali e il settore medico-sanitario nello specifico è il secondo meno finanziato in assoluto con una copertura di appena il 12% . Come abbiamo recentemente affermato, questa situazione è un’ulteriore dimostrazione dell’egoismo della comunità internazionale che deliberatamente priva una parte della popolazione mondiale dei diritti base quali quello alla salute, all’istruzione e cancella per intere generazioni la possibilità di avere un futuro di pace.

Cosa implica questa mancanza di fondi nella prassi quotidiana di chi lavora in Bangladesh per supportare comunità locali e Rohingya? Implica dover superare mille ostacoli in più legati a una oggettiva carenza di risorse da impiegare al servizio delle migliaia di bambini, donne e uomini. Significa doversi preoccupare non soltanto delle incombenze pratiche, ma anche vivere nella paura che non si riesca a raggiungere chiunque abbia bisogno perché mancano i soldi per farlo. Significa chiedersi se continueremo ad avere le medicine necessarie a curare ogni paziente.

Per questo, ancora una volta, chiediamo alla grande famiglia di donatori e sostenitori MOAS di tutto il mondo di mobilitarsi al servizio dei più vulnerabili e aiutarci con una donazione a coprire le spese per curare chi ha bisogno di noi.

Aiutateci a mantenere viva la speranza in una delle minoranze più perseguitate al mondo.